Hendrix come essere umano, prima di diventare il simbolo della chitarra elettrica
Jimi Hendrix è uno di quei musicisti la cui immagine è diventata tanto potente da rischiare di trasformare la biografia in iconografia. Purple haze, Monterey, la Stratocaster in fiamme, Woodstock, Londra e una morte precoce a ventisette anni sono stati ripetuti così tante volte che i simboli possono finire per nascondere la persona che li precedeva. Room Full of Mirrors di Charles R. Cross cerca di invertire questo processo. Pubblicata nel 2005 e costruita a partire da oltre trecento interviste, oltre che da documenti e lettere private, la biografia dedica un’attenzione insolita alla difficile infanzia di Hendrix a Seattle, all’instabilità familiare, alla povertà, al servizio militare e agli anni trascorsi come turnista e accompagnatore. È questo il suo punto di forza centrale. Cross non parte da un chitarrista rivoluzionario già perfettamente formato in attesa di essere scoperto; ricostruisce invece il periodo molto più lungo in cui Hendrix stava imparando a sopravvivere, esibirsi e costruirsi un’identità, prima che la fama arrivasse con una velocità vertiginosa.
Seattle prima della mitologia
Hendrix nacque a Seattle nel 1942 con il nome Johnny Allen Hendrix e fu in seguito ribattezzato James Marshall Hendrix. Cross dedica ampio spazio a un’infanzia segnata da instabilità, povertà e dalla rottura del rapporto tra i genitori; la morte della madre Lucille, quando Hendrix era ancora adolescente, fa parte di questo contesto difficile. È materiale importante, perché le fotografie successive possono creare l’illusione di una sicurezza permanente e di un carisma quasi ultraterreno. Cross mostra invece un giovane la cui prima vita fu attraversata da insicurezza e sradicamento, facendo della chitarra parte di un graduale processo di costruzione di sé, non un accessorio comparso insieme alla celebrità. Hendrix assorbì blues, R&B e rock and roll attraverso i dischi e l’esperienza dal vivo, non tramite una formazione accademica da conservatorio. Lo strumento divenne un mestiere pratico, un rifugio emotivo e, infine, un mezzo per inventare un’identità pubblica abbastanza potente da oscurare quasi tutto ciò che l’aveva preceduta.
Il lungo apprendistato dietro i cantanti altrui
Prima di Londra, Hendrix trascorse anni ad apprendere la disciplina professionale necessaria per accompagnare altri interpreti. Il suo percorso passò dall’US Army ai circuiti R&B e soul, dove lavorò con artisti fra cui gli Isley Brothers e Little Richard. Quegli anni sono essenziali nel racconto di Cross, perché la mitologia più familiare tende a saltare direttamente dall’infanzia povera di Seattle al genio scoperto nel Greenwich Village. Il periodo da sideman spiega molto del successivo dominio scenico di Hendrix. Imparò come una band sostiene un cantante, come vengono controllati gli arrangiamenti, come il pubblico reagisce allo spettacolo visivo e come la musica popolare nera funzionasse come un sistema di tournée estremamente esigente. Il suo modo di suonare sempre più appariscente poteva inoltre creare attriti, perché da un accompagnatore ci si aspettava che rafforzasse lo spettacolo di qualcun altro, non che ne diventasse il centro visivo. Cross rende così più comprensibile la svolta: l’apparente esplosione improvvisa di Hendrix nel 1966 poggiava su anni di lavoro in ambienti dove tecnica, disciplina e spettacolo contavano già moltissimo.
New York rallenta, Londra prende fuoco
Nel 1966 Hendrix si esibiva a New York, anche nel Greenwich Village, ma non aveva ancora trovato una struttura commerciale capace di rendere la sua musica leggibile all’industria più ampia. Chas Chandler cambiò quella traiettoria. L’ex bassista degli Animals lo vide suonare, ne intuì il potenziale e lo portò a Londra, in un momento che difficilmente avrebbe potuto essere più esplosivo. I musicisti britannici studiavano da anni i dischi blues americani e, all’improvviso, nei loro stessi club comparve un chitarrista nero americano sconosciuto, con un linguaggio capace di spingere quelle influenze verso qualcosa di sorprendentemente nuovo. La Jimi Hendrix Experience, con Noel Redding e Mitch Mitchell, diede a quella musica una forma di gruppo concentrata. Cross è particolarmente efficace nel restituire la rapidità con cui cambiarono le proporzioni. Nel giro di pochi mesi Hendrix passò dall’oscurità al centro della Swinging London, circondato da musicisti già considerati eroi della chitarra e ora costretti a ripensare ciò che uno strumento elettrico potesse essere in grado di fare.
Tre album, una rivoluzione in studio e un’idea sempre più ampia della chitarra
Are You Experienced, Axis: Bold as Love e Electric Ladyland arrivarono in un arco di tempo straordinariamente compresso, e Cross usa questa velocità per mostrare quanto rapidamente si ampliarono le ambizioni di Hendrix. La sua importanza non può essere ridotta ad amplificatori potenti, distorsione o feedback, tutti elementi che esistevano già prima di lui. Ciò che cambiò fu il modo in cui integrò il vocabolario del blues, il ritmo, l’improvvisazione, la composizione, la tecnologia di studio e la presenza fisica sul palco, fino a far sembrare la chitarra capace di funzionare contemporaneamente come melodia, tessitura, rumore e orchestrazione. Electric Ladyland è particolarmente importante perché dimostra che Hendrix stava diventando molto più di uno straordinario chitarrista dal vivo. Sovraincisioni, posizionamento stereo, effetti e costruzioni estese trasformarono lo studio in una parte della composizione stessa, mentre i limiti del formato originale del trio diventavano sempre più evidenti. Room Full of Mirrors dà quindi il meglio quando viene letto accanto a storie specialistiche della registrazione o dell’attrezzatura: Cross spiega la vita e le pressioni che spingevano verso l’espansione, mentre le fonti tecniche possono analizzare nel dettaglio come vennero prodotti determinati suoni.
La questione razziale appartiene alla storia, non a una nota a margine
Cross presta attenzione anche alla contraddizione storica di un musicista nero americano la cui prima gigantesca svolta avvenne in Gran Bretagna. La versione celebrativa più familiare sostiene che le rock star britanniche riconobbero semplicemente il genio di Hendrix prima che lo facesse l’America, ma è una spiegazione troppo pulita. Hendrix aveva trascorso anni lavorando in circuiti R&B prevalentemente neri prima di essere promosso all’interno di un mondo rock sempre più immaginato come bianco, nonostante il suo enorme debito nei confronti della musica nera americana. Pubblico e giornalisti potevano celebrare la sua abilità musicale e, allo stesso tempo, esotizzarne l’identità; comunità differenti potevano inoltre proiettare su di lui aspettative in conflitto fra loro. Queste tensioni divennero più visibili con la crescita della fama e con la maggiore attenzione dedicata al suo rapporto con la politica nera. Per RetroForge, questa parte della biografia è cruciale, perché la storia della chitarra rischia facilmente di trasformare la trasmissione culturale in una sequenza di strumenti e influenze, come se blues e rock viaggiassero attraverso i cavi senza portarsi dietro razza, mercati e persone.
Monterey e Woodstock: quando le esibizioni diventano simboli
L’apparizione di Hendrix al Monterey Pop nel 1967 lo trasformò in una grande star americana, e l’immagine della chitarra in fiamme divenne quasi immediatamente iconica. Woodstock nel 1969 produsse un altro simbolo duraturo attraverso la sua interpretazione di "The Star-Spangled Banner". Il pericolo di immagini tanto forti è che possano inghiottire le esibizioni che le circondano, facendo sembrare Hendrix un uomo che si limitava a spostarsi da un monumento all’altro in attesa che la storia lo fotografasse. Cross restituisce la carriera reale dietro i simboli: tournée incessanti, musicisti che cambiano, complicazioni manageriali, ambizioni di studio e l’aspettativa crescente che ogni apparizione dovesse in qualche modo superare la precedente. La fama offriva opportunità mentre riduceva lo spazio in cui Hendrix poteva svilupparsi in privato. Visti in questo contesto, Monterey e Woodstock diventano più interessanti, non meno. Non sono prove isolate di genio, ma momenti in cui un musicista in rapidissima evoluzione entrò in collisione con una cultura desiderosa di trasformare suono, gesto e immagine in mitologia permanente.
L’ultimo anno senza fingere che ogni incertezza sia stata risolta
Nel 1970 la Jimi Hendrix Experience era finita, Billy Cox era diventato un collaboratore importante e il periodo della Band of Gypsys con Buddy Miles aveva aperto nuove possibilità ritmiche. Electric Lady Studios rappresentava un altro tentativo di ottenere maggiore controllo sulla registrazione in un momento in cui Hendrix continuava a essere circondato da pressioni legate alle tournée, dispute economiche, stanchezza e relazioni personali complicate. Morì a Londra il 18 settembre 1970. Cross sostiene con forza la tesi della morte accidentale anziché del suicidio, e le recensioni dell’epoca notarono espressamente questa conclusione; una lettura moderna responsabile deve tuttavia continuare a distinguere i fatti accertati dagli aspetti sui quali i resoconti delle ultime ore divergono. La biografia è persuasiva, frutto di una ricerca estesa e scritta seguendo una linea interpretativa forte; nessuna di queste qualità rende però automaticamente definitiva ogni questione controversa. È una distinzione particolarmente importante nel caso di Hendrix, la cui morte precoce ha generato decenni di speculazioni.
Cosa fa particolarmente bene
La profondità della ricerca è il punto di forza più evidente, ma Cross usa al meglio questo materiale quando restituisce proporzioni ai periodi che la mitologia successiva tende a comprimere. I capitoli sull’infanzia danno peso emotivo ad anni spesso liquidati come semplice preludio, mentre l’apprendistato mostra Hendrix diventare un professionista prima di trasformarsi in un’icona. Centinaia di interviste consentono di far emergere persone provenienti da fasi differenti della sua vita, incluse voci che non avevano mai parlato pubblicamente di lui. La biografia presenta inoltre la fama come una condizione umana complicata, non come una ricompensa lineare per il talento. Hendrix poteva essere esaltato dalle possibilità e, nello stesso tempo, trovare sempre più difficile una normale stabilità; la velocità della sua ascesa creò pressioni strutturali oltre che personali. Questa scala umana rende Room Full of Mirrors una prima biografia di Hendrix particolarmente solida per chi conosce fotografie e dischi, ma non ha mai seguito l’intera vita in sequenza.
Limiti
Si tratta di una biografia completa, non di uno studio musicale o tecnico brano per brano, quindi chi cerca soprattutto risposte su equipaggiamento per chitarra, routing di studio, cronologia delle sessioni o trascrizioni avrà bisogno di fonti specialistiche accanto a questa. Alcune aree della storia di Hendrix restano controverse, in particolare le relazioni intime e le circostanze precise della morte, e le conclusioni ben documentate di Cross devono continuare a essere riconosciute come conclusioni, non elevate automaticamente a fatti incontestabili. Il libro precede inoltre pubblicazioni d’archivio e ricerche successive che hanno continuato ad ampliare la documentazione disponibile su Hendrix. Nessuno di questi limiti ne indebolisce il ruolo centrale. Definiscono semplicemente il tipo di opera che è: una vasta biografia narrativa con una profondità di interviste eccezionale, non un’enciclopedia tecnica né un caso definitivamente chiuso.
Chi dovrebbe leggerlo?
Per il lettore generalista che cerca una prima biografia di Hendrix ampia e sostanziosa, Room Full of Mirrors è un ottimo punto di partenza, perché rende significative le celebri esibizioni senza trattare gli anni precedenti alla fama come tempo morto. Chi voglia poi capire che cosa Hendrix abbia significato culturalmente, e non soltanto che cosa gli sia accaduto, dovrebbe passare a Crosstown Traffic di Charles Shaar Murray. L’edizione ampliata di 'Scuse Me While I Kiss the Sky di David Henderson offre un’altra grande tradizione biografica, con particolare attenzione al contesto culturale nero e alle testimonianze dirette. Insieme, i tre libri mostrano perché Hendrix tragga beneficio da approcci differenti: una vita umana, un’argomentazione culturale e una storia stratificata di testimonianze non possono essere compressi in un unico volume definitivo.
Nota sull’edizione
Le prime importanti edizioni rilegate apparvero nel 2005, tra cui Hyperion negli Stati Uniti e Sceptre nel Regno Unito. Edizioni tascabili commerciali e digitali comuni seguirono nel 2006 e negli anni successivi.
Non bisogna mescolare i dati Sceptre di 384 pagine con le edizioni statunitensi da 400 pagine come se tutti i formati fossero identici.
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Una normale edizione tascabile attuale è la scelta più sensata per la lettura; AbeBooks può far emergere prime edizioni rilegate e versioni territoriali più vecchie per i collezionisti.
