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Copertina di Starman: David Bowie – The Definitive Biography — Paul Trynka
Copertina tramite Open Library · ISBN 9780751542936
La sala di lettura · Libro 056

Starman: David Bowie – The Definitive Biography

Paul Trynka

Una biografia di Bowie scritta prima dell’atto finale della sua carriera

Prima pubblicazione2011
EditoreLittle, Brown and Company
Edizione selezionataISBN 9780751542936
Little, Brown and CompanyDavid BowieMick RonsonBrian Eno

Una biografia di Bowie scritta prima dell’atto finale della sua carriera

Starman di Paul Trynka occupa un posto particolarmente rivelatore nella letteratura su David Bowie perché uscì per la prima volta nel 2011, durante il lungo periodo in cui Bowie si era in gran parte ritirato dalle esibizioni pubbliche dopo i problemi di salute del 2004. In quel momento era plausibile leggere la carriera come conclusa. Poi, nel 2013, arrivò senza preavviso The Next Day, seguito da Blackstar e dalla morte di Bowie nel gennaio 2016. Alcune successive edizioni britanniche di Starman aggiunsero materiale su The Next Day, ma il libro resta fondamentalmente una biografia pre-Blackstar. In un senso evidente ciò lo rende incompleto; in un altro, lo rende storicamente prezioso. Trynka stava ricostruendo la vita di Bowie prima che l’ultimo album e la morte riorganizzassero il significato di tutto ciò che era venuto prima.

Trynka, già direttore di Mojo, costruì la biografia a partire da centinaia di interviste e da un vasto corpus di materiali esistenti. Il suo approccio è convenzionale nel senso migliore del termine: mira a offrire una narrazione esterna coerente, concedendo al tempo stesso spazio sostanziale ai collaboratori, agli esperimenti falliti e all’intelligenza strategica che sostenne le ripetute trasformazioni di Bowie. Dove Dylan Jones, scrivendo più tardi, ricostruisce Bowie come un coro di voci in conflitto dopo che la vita si è conclusa, Starman offre l’interpretazione continua di un biografo che scrive quando un finale decisivo è ancora impossibile da conoscere.

David Jones prima di David Bowie

I primi capitoli sono essenziali perché la mitologia successiva può far sembrare Ziggy Stardust l’emergere inevitabile di un artista già pienamente formato. Trynka restituisce invece gli anni in cui David Jones attraversò interessi scolastici, primi gruppi R&B, cultura mod, mimo, teatro e una successione di identità commerciali che non riuscirono a trasformarlo in una star. Il cambio di cognome in Bowie, motivato anche dal desiderio di evitare confusione con Davy Jones dei Monkees, diventa un piccolo esempio di un’abitudine molto più ampia: l’identità poteva essere costruita, messa alla prova e sostituita.

Quei singoli falliti e quelle direzioni abbandonate contano perché la reinvenzione assume un significato diverso quando il fallimento entra davvero nel racconto. Bowie non possedeva semplicemente un genio istintivo capace di individuare ogni volta il linguaggio culturale successivo. Trascorse anni a provare strade che attirarono poca attenzione, imparando come presentazione, musica e tempismo interagissero fra loro. L’ampiezza concessa da Trynka permette a quegli esperimenti di diventare parte della biografia invece che una buffa preistoria da superare in fretta. La sicurezza successiva di Ziggy appare ancora più notevole quando viene compresa come il risultato di ripetuti tentativi di scoprire quale tipo di performer David Bowie potesse diventare.

L’influenza come metodo creativo

Il rapporto di Bowie con l’influenza ha sempre generato discussione perché poteva imbattersi in un artista, un movimento o un suono, assorbirlo rapidamente e poi diventare il personaggio pubblico maggiormente associato a una sua versione trasformata. Questa capacità lo rese straordinario, ma alimentò anche accuse di opportunismo. Trynka tratta la tensione come un metodo creativo ricorrente, non come uno scandalo da risolvere una volta per tutte. Lindsay Kemp, Marc Bolan, Lou Reed, Iggy Pop, Andy Warhol, musicisti soul, Brian Eno e artisti sperimentali tedeschi entrano tutti, in momenti diversi, nel campo culturale di Bowie.

Le due letture pigre sono ugualmente insufficienti. Bowie non si limitava a rubare ciò che gli sembrava utile, ma nemmeno inventava ogni linguaggio culturale che in seguito avrebbe contribuito a rendere popolare. Era un sintetizzatore eccezionalmente efficace: riconosceva possibilità, trovava collaboratori, combinava fonti e interpretava il risultato con una convinzione tale da portare idee underground verso il grande pubblico. Quel metodo dipendeva dalla curiosità e dall’intelligenza sociale tanto quanto dalla scrittura delle canzoni. Starman diventa particolarmente prezioso quando segue con sufficiente attenzione le persone intorno a Bowie da impedire che la parola “reinvenzione” suoni come magia prodotta da un genio isolato.

Ziggy Stardust e l’invenzione della distanza

Il periodo di Ziggy diventa naturalmente uno dei grandi centri del libro perché stabilì il meccanismo attraverso cui la reputazione di Bowie come artista della trasformazione divenne leggibile a livello globale. The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars offriva un personaggio attraverso il quale la celebrità stessa poteva essere messa in scena. Capelli, abiti, pose, interviste, ambiguità sessuale e comportamento sul palco divennero inseparabili dai dischi, permettendo a Bowie di presentare Ziggy anziché limitarsi a presentare David Jones.

Quella distanza fu creativamente potentissima, ma non dovrebbe essere esagerata fino a suggerire che Bowie diventasse un essere umano completamente nuovo a ogni album. Trynka è utile proprio perché lascia intravedere le continuità sotto le superfici in mutamento: ambizione, consapevolezza strategica, appetito per materiali culturali e dipendenza da collaboratori forti ricorrono in fasi molto diverse. La reinvenzione è quindi una delle caratteristiche più stabili di Bowie. Moonage Daydream offre poi il complemento ideale, visivo e in prima persona, a questa sezione, mentre Trynka fornisce il quadro biografico più ampio in cui Ziggy appare come una trasformazione fra molte, non come la spiegazione finale di Bowie.

America, soul e politica dell’appropriazione culturale

Dopo Ziggy, Bowie attraversò Diamond Dogs per avvicinarsi al soul americano di Young Americans, lavorando con musicisti come Carlos Alomar ed entrando in un ambiente musicale lontanissimo dagli Spiders from Mars. “Fame”, creata con John Lennon e Alomar, divenne un grande successo negli Stati Uniti. La rapidità di questo spostamento dimostra il rifiuto di Bowie di restare dentro un’estetica soltanto perché aveva funzionato.

Una lettura contemporanea deve però riconoscere anche il contesto razziale e culturale di ciò che Bowie stesso definì “plastic soul”. La musica afroamericana non era un guardaroba in cui una star britannica bianca potesse cambiare costume lasciando la storia fuori dalla stanza. Collaborazione, ammirazione e autentico scambio musicale erano reali, ma lo erano anche le strutture diseguali di visibilità e potere culturale. L’ampiezza biografica di Trynka offre a RetroForge materiale sufficiente per discutere la transizione senza ridurla né ad appropriazione cinica né a innocente eclettismo. L’influenza diventa più interessante quando le persone e i mercati che la rendono possibile restano visibili.

Los Angeles, cocaina e il Thin White Duke

Il periodo di Station to Station contiene alcuni dei lavori più straordinari di Bowie e alcuni dei materiali più inquietanti della sua biografia. L’uso di cocaina era diventato grave, le sue condizioni fisiche erano allarmanti e dichiarazioni pubbliche e immagini controverse produssero associazioni con il fascismo che Bowie in seguito respinse e contestualizzò attraverso dipendenza, provocazione e la persona del Thin White Duke. Una biografia responsabile non può risolvere il problema con la formula “era solo un personaggio”. Le persone sceniche non galleggiano indipendentemente da chi parla attraverso di esse, anche quando la performance complica il significato.

Il racconto di Trynka è utile perché permette al periodo di restare contemporaneamente un vertice creativo e una crisi personale. Questa dualità aiuta anche a spiegare perché il trasferimento verso l’Europa fu qualcosa di più di un altro cambio estetico. Nei suoi racconti successivi Bowie descrisse spesso Los Angeles come un ambiente da cui aveva bisogno di fuggire. L’arte non assolve il comportamento, e il comportamento non cancella l’arte; la biografia dà il meglio quando rifiuta il conforto di scegliere una sola delle due verità.

Berlino, Eno e il mito della trilogia

Il lavoro di Bowie alla fine degli anni Settanta con Tony Visconti, Brian Eno, Carlos Alomar e altri produsse Low, "Heroes" e Lodger, tre album oggi raggruppati quasi automaticamente sotto l’etichetta “Berlin Trilogy”. È una formula comoda, ma imperfetta. Non tutti e tre i dischi furono realizzati interamente a Berlino, Eno fu un collaboratore importante e non il produttore unico della trilogia, e il ruolo produttivo di Visconti è cruciale. La musica elettronica e sperimentale tedesca influenzò il lavoro, ma Bowie non diventò semplicemente un rappresentante britannico del krautrock.

La biografia di Trynka mantiene visibile la rete di relazioni, cosa particolarmente utile per RetroForge. Qui Bowie incrocia Eno, Kraftwerk, Neu!, Cluster, tecnologia di studio, la Berlino divisa e un contesto sperimentale europeo molto più vasto. La biografia impedisce che l’influenza diventi una singola freccia su un diagramma. Bowie ascoltava, collaborava e adattava, portando nello scambio anche le proprie preoccupazioni musicali e teatrali già esistenti.

Trionfo commerciale e limiti del mito della reinvenzione

Let's Dance rese Bowie nuovamente gigantesco all’inizio degli anni Ottanta, con Nile Rodgers decisivo nella costruzione di un suono di straordinaria efficacia. La portata del successo complica l’abituale celebrazione di Bowie come artista che sapeva sempre quando muoversi in avanti. Bowie stesso parlò in seguito criticamente di parti del periodo successivo, quando le aspettative commerciali potevano iniziare a orientare le decisioni più della curiosità artistica.

Questa difficoltà conta perché “reinvenzione” diventa una parola vuota se ogni trasformazione viene dichiarata un trionfo semplicemente perché Bowie l’ha compiuta. Trynka permette alla strategia intelligente e all’errore di coesistere. Una carriera costruita sul cambiamento comprende inevitabilmente fasi in cui la mossa successiva funziona meglio sul piano commerciale che su quello artistico, o in cui la macchina del successo diventa più difficile da controllare. È un approccio più sano di una biografia organizzata come una sequenza impeccabile di metamorfosi profetiche.

Centinaia di interviste, non aritmetica promozionale

Le descrizioni editoriali non concordano perfettamente sul numero di interviste. Publishers Weekly descrisse il libro come basato su più di 250 nuove interviste, mentre Hachette e Google Books hanno usato per alcune edizioni una cifra superiore a 300. Non c’è alcun vantaggio editoriale nel fingere che uno di questi numeri di marketing debba essere universalmente corretto. La formulazione accurata e sufficiente è che Trynka condusse centinaia di interviste con persone legate a Bowie.

Questa piccola discrepanza è utile perché mostra bene il motivo per cui la Reading Room separa i fatti derivati dalle fonti dalla copia promozionale. La credibilità di una biografia non aumenta o diminuisce a seconda che l’editore scelga 250 o 300 per una descrizione di vendita. Il punto importante è che la base di ricerca di Trynka è ampia, soprattutto fra collaboratori e persone vicine alle parti meno celebrate della vita di Bowie.

Il finale mancante

Il limite maggiore del libro è incorporato nella sua storia editoriale. Il testo originale non può interpretare Blackstar o la morte di Bowie perché nessuno dei due eventi era ancora avvenuto, mentre le successive edizioni britanniche che aggiungono The Next Day si fermano comunque prima dell’ultima fase creativa. Questa distinzione deve restare visibile. Un Starman aggiornato è più completo del testo del 2011, ma non è una biografia integrale della vita di Bowie.

Paradossalmente, proprio questa incompletezza conferisce al libro valore storico. Trynka cattura l’aspetto della carriera di Bowie quando il ritiro sembrava ancora poter essere il finale. Dylan Jones, scrivendo dopo il 2016, eredita un’architettura del tutto diversa perché The Next Day, Blackstar e la morte fanno già parte della vita come sequenza conclusa. Leggere entrambi mostra quanto una biografia cambi quando cambia il finale.

Cosa fa particolarmente bene

L’ampiezza narrativa è la qualità più forte del libro. I primi fallimenti ricevono spazio sufficiente perché la reinvenzione risulti credibile, i collaboratori restano visibili e l’ambizione di Bowie viene trattata come una forza professionale attiva, non come qualcosa di troppo poco romantico per essere menzionato. Trynka riesce inoltre a seguire domande difficili su influenza, dipendenza, razza, celebrità e prestito artistico senza trasformare il libro in un catalogo di scandali.

Per RetroForge, Starman è quindi una solida biografia convenzionale da cui il lettore può diramarsi verso soggetti più specialistici: la fotografia di Ziggy attraverso Moonage Daydream, la ricerca di catalogo attraverso Nicholas Pegg, le testimonianze orali attraverso Dylan Jones, Berlino attraverso Eno e le storie del krautrock. Il suo maggior pregio potrebbe essere proprio quello di fornire la strada narrativa da cui queste vie più specialistiche possono poi separarsi.

Limiti

La cronologia resta il limite decisivo perché nemmeno le edizioni aggiornate arrivano al finale completo di Blackstar. Una biografia in volume unico non può inoltre analizzare ogni album, tour, collaboratore e controversia culturale con profondità specialistica, quindi il lettore non dovrebbe aspettarsi da Trynka la copertura di riferimento tipica di Pegg. Alcuni recensori hanno inoltre trovato il ritratto a tratti ammirato nonostante il materiale critico, un ulteriore promemoria del fatto che anche un biografo indipendente interpreta invece di limitarsi a trascrivere prove.

Questi vincoli non rendono il libro inutilmente datato. Ne definiscono il ruolo preciso: una sostanziosa biografia esterna di Bowie scritta prima dell’atto finale, poi estesa in parte verso il ritorno ma mai trasformata in uno studio postumo dell’intera vita.

Chi dovrebbe leggerlo?

I lettori che vogliono una solida biografia tradizionale di Bowie, con ricerca ampia e una chiara narrazione cronologica, possono iniziare qui. Funziona particolarmente bene prima di entrare nell’enorme universo di riferimento di Nicholas Pegg, perché Trynka dà prima alla carriera una forma umana e storica. Chi vuole la vita completa, compresi Blackstar e la morte di Bowie, dovrebbe passare poi a Dylan Jones; chi è interessato soprattutto a Ziggy dovrebbe aggiungere Moonage Daydream di Bowie e Mick Rock.

Nota sull’edizione

Le edizioni britanniche apparvero per la prima volta nel marzo 2011, generalmente intorno alle 440–448 pagine. L’edizione statunitense Little, Brown è indicata a 544 pagine.

Il marketing di successive edizioni UK segnala un aggiornamento che copre The Next Day.

Queste edizioni vanno trattate separatamente, senza presumere che abbiano paginazione o testo identici.

Trova una copia

Per gli acquirenti nel Regno Unito, quando disponibile è preferibile un’edizione la cui descrizione indichi esplicitamente l’aggiornamento relativo a The Next Day. Per una biografia che copra l’intera vita di Bowie, è meglio indirizzare il lettore verso Dylan Jones anziché suggerire che Starman arrivi fino al 2016.

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