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Copertina di Who I Am — Pete Townshend
Copertina tramite Open Library · ISBN 9780062127242
La sala di lettura · Libro 051

Who I Am

Pete Townshend

Pete Townshend rivolge a se stesso la domanda sull’identità

Prima pubblicazione2012
EditoreHarperCollins
Edizione selezionataISBN 9780062127242
The Who / Memorie / Scrittura di canzoniThe WhoPete TownshendRoger Daltrey

Pete Townshend rivolge a se stesso la domanda sull’identità

Pete Townshend ha trascorso gran parte della propria vita di autore chiedendosi chi siano le persone, cosa diventino dentro una folla e che cosa accada quando l’identità viene mediata dalla musica, dalla moda, dalla fede e dalla tecnologia. Who Are You, Tommy, Quadrophenia e l’architettura mai pienamente realizzata di Lifehouse ruotano tutti attorno a versioni di questo problema. Il titolo delle sue memorie del 2012, Who I Am, è quindi insolitamente appropriato. Invece di offrire il prevedibile giro d’onore del chitarrista che scrisse "My Generation", Townshend sottopone la propria vita allo stesso interrogatorio applicato ai personaggi di finzione e al pubblico. Infanzia, scuola d’arte, nascita degli Who, distruzione delle chitarre, rock opera, sintetizzatori, Keith Moon, dipendenze, relazioni e ricerca spirituale diventano parti di un unico, lungo tentativo di comprendere la persona dietro l’opera. Il risultato è denso, contraddittorio e molto più introspettivo della tipica autobiografia rock.

L’infanzia e il problema ricorrente della vulnerabilità

Townshend dedica ampio spazio all’infanzia, compreso materiale doloroso legato a instabilità e abusi. Quel retroterra conta perché temi come vulnerabilità infantile, alienazione, segretezza, vergogna e desiderio di trascendenza ricorrono continuamente nel suo lavoro successivo. Le memorie non usano semplicemente il trauma precoce come prologo drammatico prima dell’arrivo della band. Townshend torna più volte all’idea che l’artista adulto resti intrecciato al bambino che è stato, e alcuni dei suoi progetti più ambiziosi diventano più comprensibili dentro quella cornice psicologica. Tommy, per esempio, può essere ascoltato non solo come un esercizio di composizione su scala d’album, ma come un’opera affascinata dal trauma, dalla percezione e dalla possibilità di trasformazione. Il libro è più convincente quando questi legami restano esplorativi, invece di diventare l’affermazione semplicistica che un singolo evento infantile spieghi meccanicamente un intero catalogo.

Scuola d’arte, autodistruzione e il momento in cui lo spettacolo diventa teoria

Le chitarre distrutte degli Who sono diventate un’immagine rock così perfetta che il contesto intellettuale rischia di scomparire dietro la fotografia. Gli anni di Townshend all’Ealing Art College lo misero a contatto con l’arte contemporanea, le idee sulla performance e il concetto di arte autodistruttiva, dandogli una cornice entro cui la distruzione poteva significare qualcosa di più della rabbia incontrollata. Quando gli Who cominciarono davvero a spaccare strumenti sul palco, però, il gesto acquisì una seconda vita. Il pubblico se lo aspettava, i promoter ne compresero il valore commerciale e un’azione artistica poteva trasformarsi in un trucco scenico ricorrente. Questa contraddizione attraversa sia il memoir sia la storia degli Who: la ribellione diventa intrattenimento, poi il performer deve trovare un modo per far sembrare di nuovo pericolosa una ribellione programmata. Townshend è particolarmente interessante su questa tensione perché fu insieme il teorico che voleva attribuire un significato alla performance e il musicista professionista consapevole di quanto rapidamente quel significato potesse essere confezionato.

Cultura Mod, feedback e l’invenzione di un linguaggio fisico di gruppo

I primi Who erano strettamente legati alla cultura Mod, i cui abiti, scooter, club e intensità urbana offrivano al gruppo un ambiente sociale molto diverso dal purismo blues associato ad alcuni contemporanei. La chitarra di Townshend si affidò sempre di più a power chord, feedback e pura forza amplificata, mentre "My Generation" diventava uno slogan immensamente più grande dei giovani musicisti che l’avevano registrata. Il memoir acquista profondità dalla consapevolezza di Townshend dell’assurdità implicita nell’invecchiare accanto a un testo associato per sempre alla giovinezza. Le canzoni non invecchiano nello stesso modo dei loro autori. La distanza fra dichiarazione giovanile e riflessione tardiva dà a Who I Am più sostanza di una semplice cronaca dei primi trionfi. Permette inoltre a Townshend di spiegare come rumore, feedback e performance fisica siano diventati risorse compositive invece che sottoprodotti accidentali di amplificatori molto rumorosi.

*Tommy* e il momento in cui l’ambizione diventa architettura

Il desiderio di Townshend di andare oltre i singoli brani portò infine a Tommy, un’opera il cui status ormai familiare rende difficile recuperare quanto fosse rischiosa in origine. Sostenere una narrazione attraverso un doppio album rock non era una formula commerciale ovvia, e il progetto obbligò gli Who a pensare su una scala più ampia del normale sequenziamento di canzoni. Per Townshend, quella tela più grande apriva anche un territorio spirituale e psicologico fatto di trauma, percezione e redenzione. Il memoir è prezioso perché spiega queste idee dall’interno del processo creativo, invece di ridurre Tommy a un’etichetta celebre come "rock opera". La successiva interpretazione di Daltrey avrebbe dato un corpo all’opera, Moon ed Entwistle ne avrebbero fornito gran parte della potenza, ma il racconto di Townshend rivela il meccanismo concettuale che rese possibile il progetto. Per questo Who I Am è particolarmente utile per le pagine RetroForge dedicate a rock opera, Concept album e forme estese.

*Lifehouse* rivela Townshend più chiaramente attraverso il fallimento che attraverso il successo

Il progetto abbandonato Lifehouse può spiegare Townshend persino meglio di Tommy. Le sue idee riguardavano musica, partecipazione del pubblico, tecnologia, identità individuale e la possibilità di creare attraverso il suono un evento unificante. Parti di quell’enorme concetto confluirono poi in Who's Next, mentre altri elementi sopravvissero in demo, performance successive e ripetuti tentativi di ricostruzione. L’incompletezza del progetto è centrale al suo valore. Townshend ha spesso immaginato sistemi più vasti dell’oggetto pratico che una band o una casa discografica potessero effettivamente pubblicare, e Lifehouse mostra sia la brillantezza sia la frustrazione di questa tendenza. Le sequenze di sintetizzatore in "Baba O'Riley" e "Won't Get Fooled Again" appartengono quindi a un esperimento concettuale molto più ampio, non sono semplicemente texture di tastiera alla moda. Per RetroForge, questo è uno dei ponti più forti del memoir fra songwriting, tecnologia e ambizione multimediale mai realizzata del tutto.

Daltrey, Moon ed Entwistle dal lato del compositore nella crisi costituzionale

La struttura interna degli Who non fu mai pacifica. Townshend scriveva la maggior parte del materiale, Roger Daltrey doveva incarnarlo sul palco, Keith Moon generava un’energia musicale sorprendente insieme a un caos sempre più distruttivo, mentre John Entwistle era al tempo stesso una forza strumentale decisiva e una personalità dotata di appetiti propri e di una certa distanza dal centro. I ricordi di Townshend sono affettuosi, duri e inevitabilmente soggettivi. Daltrey appare di volta in volta come conoscenza risalente agli anni di scuola, avversario, interprete, partner necessario e sopravvissuto. Moon può essere ricordato nello stesso respiro come batterista insostituibile e amico profondamente tormentato. Proprio queste tensioni spiegano perché Thanks a Lot Mr Kibblewhite e Full Moon siano libri complementari così importanti. La stessa band appare radicalmente diversa quando il narratore passa dal compositore al cantante fino all’assistente personale, e nessun singolo racconto dovrebbe essere presentato come verdetto neutrale.

La spiritualità e Meher Baba appartengono alla storia creativa

La devozione di Townshend a Meher Baba ha plasmato la sua filosofia personale e il suo lavoro artistico troppo profondamente per essere trattata come un’eccentricità ornamentale da celebrità. Idee spirituali ricorrono in Tommy, Lifehouse e altri progetti perché Townshend considerava creatività, ego e trascendenza questioni serie, non temi decorativi. Il lettore non deve condividere quelle convinzioni perché abbiano importanza biografica. La disponibilità del memoir a soffermarsi sulla spiritualità è una delle ragioni per cui il libro appare diverso da una più convenzionale storia di backstage. Townshend non divide ordinatamente la propria vita fra canzoni, tournée e convinzioni private; presenta queste aree come sistemi che interagiscono. L’approccio può sembrare intellettualmente inquieto, ma rende anche il libro una guida migliore per capire perché il suo lavoro abbia ripetutamente superato la scala di un normale album rock.

Dipendenza, relazioni e autoanalisi senza un ordinato arco di redenzione

Townshend scrive apertamente dei problemi con alcol e droghe, delle relazioni e di comportamenti di cui si pente, e il materiale è generalmente più interessato alla spiegazione che alla trasformazione della confessione in una mitologia eroica della guarigione. Il tono è importante. Le memorie rock possono trasformare la dipendenza in un atto centrale drammatico il cui vero scopo è far apparire trionfante alla fine il narratore sobrio. Who I Am è più disordinato. Recupero, ricaduta, famiglia, colpa e lavoro restano intrecciati, e l’autoanalisi può risultare scomoda proprio perché Townshend non arriva sempre a una risposta finale soddisfacente. Questa mancanza di ordine si adatta al libro nel suo insieme. L’identità viene trattata come qualcosa che si riscrive continuamente, non come un segreto infine scoperto nell’ultima pagina.

L’indagine del 2003 richiede un linguaggio preciso

Townshend affronta anche la molto pubblicizzata indagine del 2003 relativa all’uso di una carta di credito per accedere a un sito contenente materiale di abuso sessuale su minori, accesso che egli dichiarò collegato a una ricerca sugli abusi e sui sistemi bancari. Fu arrestato. La polizia dichiarò di non aver trovato in suo possesso immagini di abuso sessuale su minori scaricate e Townshend non fu incriminato per un reato di possesso. Accettò però un formale ammonimento di polizia per aver effettuato l’accesso al sito e, come conseguenza di quell’ammonimento, fu inserito per cinque anni nel registro dei sex offenders. È un ambito in cui una formulazione troppo compressa può diventare gravemente fuorviante. Dire che Townshend fu condannato per possesso di pornografia infantile è inesatto; dire che non accadde nulla è altrettanto inesatto. Il memoir offre la sua spiegazione e la sua esperienza emotiva, mentre il contesto fattuale sintetico esterno al libro dovrebbe restare ancorato a fonti indipendenti invece di sostenere una delle due versioni semplificate.

Cosa fa particolarmente bene

L’introspezione è la qualità distintiva del libro. Townshend vuole capire perché abbia creato e si sia comportato in determinati modi, e questo dà alle sue discussioni su Tommy, Lifehouse e Quadrophenia una profondità che le normali storie di gruppo raramente raggiungono. Il suo passato alla scuola d’arte, l’interesse per la tecnologia e gli impegni spirituali fanno inoltre apparire gli esperimenti degli Who come parti connesse, non come una sequenza casuale di idee intelligenti. La lunga cronologia aggiunge un’altra dimensione insolita: Townshend deve continuare a vivere con opere scritte da una versione più giovane di sé e con una band i cui slogan restano per sempre legati alla giovinezza. La tensione fra la persona che invecchia e la canzone che non invecchia potrebbe essere il tema ricorrente più silenzioso del memoir.

Limiti

Questa è un’autobiografia intensamente soggettiva, scritta da un autore che analizza gli altri con la stessa libertà con cui analizza se stesso. Daltrey, gli altri membri del gruppo e le persone della vita privata di Townshend possono ricordare gli eventi in modo diverso, e il libro pubblicato fu ridotto in misura sostanziale rispetto a un manoscritto molto più lungo. Alcuni lettori troveranno inoltre le sezioni riflessive più tarde meno propulsive del materiale sugli anni Sessanta e Settanta. Più in generale, l’impulso di Townshend a interpretare può talvolta far sembrare che ogni evento della sua vita venga piegato dentro una teoria su se stesso. È anche ciò che rende il libro distintivo. Chi desidera memorie sugli Who più pratiche e dirette dovrebbe passare immediatamente a Daltrey.

Chi dovrebbe leggerlo?

Chiunque sia seriamente interessato agli Who, al songwriting, alla rock opera o alle ambizioni concettuali del rock tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta dovrebbe partire da qui per il punto di vista di Townshend. È particolarmente gratificante per chi vuole capire perché immaginasse continuamente progetti più grandi dei normali album e perché tecnologia, spiritualità e performance continuino a scontrarsi nel suo lavoro. Va abbinato a Thanks a Lot Mr Kibblewhite per la prospettiva di Daltrey da frontman e a Full Moon per la realtà ravvicinata del mondo di Keith Moon.

Trova una copia

Le memorie HarperCollins del 2012 restano l’edizione standard. La paginazione varia leggermente tra edizioni britanniche, statunitensi, canadesi e a grandi caratteri.