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Copertina di A Long Strange Trip: The Inside History of the Grateful Dead — Dennis McNally
Copertina tramite Open Library · ISBN 9780767911863
La sala di lettura · Libro 026

A Long Strange Trip: The Inside History of the Grateful Dead

Dennis McNally

Settecento pagine non sono troppe quando una band diventa un ecosistema a sé

Prima pubblicazione2002
EditoreBroadway Books
Edizione selezionataISBN 9780767911863
Psichedelia / Grateful Dead / Cultura liveGrateful DeadJerry GarciaBob Weir

Settecento pagine non sono troppe quando una band diventa un ecosistema a sé

La maggior parte delle biografie rock può organizzarsi attorno agli album, ma per i Grateful Dead non basta. La band ha certamente inciso dischi, eppure la sua storia è altrettanto una storia di tournée, improvvisazione, sperimentazione con gli impianti audio, cultura del pubblico, registrazioni amatoriali, organizzazione comunitaria, esperimenti imprenditoriali, psichedelia, Americana e una rete sociale che col tempo divenne più vasta di molte istituzioni convenzionali. A Long Strange Trip: The Inside History of the Grateful Dead di Dennis McNally possiede la scala necessaria per prendere sul serio questa complessità. Pubblicato nel 2002 dopo decenni in cui McNally aveva operato come storico ufficiale e addetto stampa della band, il volume conta circa 684 a 704 pagine a seconda dell’edizione e dell’impaginazione. Non è un semplice eccesso di materiale intorno a una discografia. Riflette il fatto che i Grateful Dead divennero tanto una cultura quanto una band, e che qualsiasi seria storia interna deve spiegare come queste due dimensioni siano cresciute insieme.

Prima dei Dead, ci fu lo scontro fra retroterra musicali molto diversi

La storia comincia nella roots music, non nel Rock psichedelico. Gli interessi di Jerry Garcia comprendevano bluegrass, folk e musica tradizionale americana, mentre Ron "Pigpen" McKernan portava con sé un legame profondo con blues e R&B. Phil Lesh arrivava da un retroterra musicale molto diverso, e Bob Weir e Bill Kreutzmann completarono una prima combinazione che, sulla carta, non aveva nulla di inevitabile. I Warlocks si trasformarono gradualmente nei Grateful Dead proprio mentre la controcultura della Bay Area prendeva forma intorno a loro, consentendo ai musicisti di essere contemporaneamente partecipanti a una scena locale e suoi simboli. La distinzione è importante. Non furono mai soltanto un gruppo professionale ingaggiato per intrattenere gli hippie; i loro metodi di lavoro, le amicizie e il rapporto con il pubblico si svilupparono all’interno di molti degli stessi esperimenti sociali. L’ampiezza dello sguardo di McNally è utile perché mostra repertorio roots, ambiente comunitario e nascente cultura psichedelica come parti di un unico sistema in evoluzione, invece che come storie d’origine separate cucite insieme a posteriori.

Gli Acid Tests resero instabile la performance stessa

Gli Acid Tests costituiscono uno dei grandi miti fondativi del rock psichedelico, ma McNally riesce a fornire i dettagli pratici dietro la leggenda. Ken Kesey e i Merry Pranksters crearono eventi in cui droghe psichedeliche, suono amplificato, luci, nastro magnetico e comportamento comunitario sfumavano i normali confini della performance, e gli istinti liberi e improvvisativi dei Dead erano particolarmente adatti a quell’ambiente. Tutto ciò non produsse immediatamente il linguaggio improvvisativo maturo delle tournée successive, ma favorì un’idea decisiva: le canzoni potevano diventare strutture aperte invece che oggetti fissi. Per chi è abituato alle registrazioni in studio, questa è la prima grande chiave per comprendere i Dead. Una composizione poteva esistere come struttura riconoscibile, ma ogni esecuzione dal vivo poteva modificarne ritmo, transizioni e rapporto con l’improvvisazione circostante. McNally tratta questa flessibilità come parte dell’identità musicale della band, non come prova che i musicisti fossero semplicemente incapaci di riprodurre fedelmente i propri dischi.

San Francisco era un’infrastruttura, non uno sfondo

I Dead esistevano accanto a Jefferson Airplane, Big Brother and the Holding Company, Quicksilver Messenger Service e altri gruppi della Bay Area, ma la scena dipendeva da molto più che un elenco di band. Locali come Fillmore e Avalon Ballroom, promoter fra cui Bill Graham e Chet Helms, artisti dei poster, case comuni e istituzioni underground contribuirono tutti a creare un ecosistema nel quale musica, cultura visiva e vita sociale si rafforzavano a vicenda. McNally è particolarmente utile perché riesce a muoversi fra la storia interna del gruppo e questo ambiente più ampio senza trattare Haight-Ashbury come scenografia colorata prima dell’inizio della “vera” carriera in tournée. Gli ideali comunitari e il caos organizzativo di quel periodo rimasero impressi nei Grateful Dead per decenni. Le strutture commerciali successive sarebbero diventate enormemente più grandi e professionali, ma la tensione fra comunità informale e istituzione pratica era presente fin dall’inizio.

I dischi contano, ma sono i concerti a spiegare la band

Il catalogo in studio dei Grateful Dead comprende album importanti, fra cui Workingman's Dead e American Beauty, ma la reputazione del gruppo poggia in misura insolitamente forte sull’attività dal vivo. Le canzoni potevano cambiare arrangiamento, tempo e funzione nel corso degli anni, intere tournée potevano sviluppare reputazioni specifiche e alcune serate diventavano canoniche fra gli ascoltatori. Le registrazioni del pubblico circolavano ampiamente al di fuori delle normali strutture discografiche, rafforzando l’idea che nessuna pubblicazione ufficiale in studio potesse contenere l’opera nella sua interezza. McNally riconosce che questo rende i Dead un oggetto musicale diverso da una band le cui dichiarazioni definitive siano soprattutto gli album. La variabilità era reale: una serata poteva perdersi, mentre un’altra produceva un’improvvisazione collettiva straordinaria. Questa incoerenza non era semplicemente un difetto lasciato accidentalmente nel sistema. Il rischio faceva parte del progetto, e la possibilità di fallire rendeva significativa la possibilità di trascendenza per il pubblico che li seguiva sera dopo sera.

L’apparente rilassatezza richiedeva un’ossessione ingegneristica

Una delle contraddizioni centrali nella storia dei Grateful Dead è che una cultura associata all’improvvisazione rilassata investì enormi energie nella tecnologia audio. Owsley "Bear" Stanley fu importante non soltanto come figura psichedelica, ma anche come innovatore audio intorno alla band, e il Wall of Sound degli anni Settanta divenne l’espressione più spettacolare di questa ossessione. Il sistema era enorme, anticonvenzionale e progettato attorno a idee eccezionalmente ambiziose su chiarezza e monitoraggio sul palco. L’attenzione di McNally all’ingegneria è essenziale perché la cultura live dei Dead non può essere separata dagli strumenti che resero possibile musica improvvisativa su larga scala. La storia tecnica complica anche lo stereotipo di una band che vagava semplicemente tra le canzoni immersa in una foschia comunitaria. Dietro l’apparente libertà c’erano persone impegnate a risolvere problemi difficili di amplificazione, logistica e controllo acustico, rendendo il libro un compagno naturale delle storie RetroForge sui sistemi PA, il suono da concerto e la produzione live.

La famiglia divenne un’industria senza ammetterlo mai del tutto

L’identità controculturale non impedì ai Grateful Dead di diventare un’impresa considerevole. Decenni di tournée richiedevano crew, management, biglietteria, attrezzature, merchandising e una logistica sempre più elaborata, mentre l’organizzazione continuava a descriversi attraverso un linguaggio familiare ereditato dalla scena precedente. McNally dà il meglio quando questa contraddizione resta visibile invece di essere risolta sentimentalmente. Le famiglie possono essere generose, leali e flessibili, ma possono anche evitare responsabilità e normali confini professionali. Le aziende possono essere efficienti diventando impersonali. L’organizzazione dei Dead conteneva elementi di entrambi i modelli. Quello che era iniziato come esperimento comunitario doveva funzionare su una scala fatta di grandi venue e migliaia di fan in viaggio, e le tensioni risultanti sono storicamente molto più interessanti della fantasia secondo cui degli hippie spensierati sarebbero semplicemente approdati negli stadi senza costruire intorno a sé un’istituzione.

Jerry Garcia e il peso di diventare un simbolo

Alla fine degli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta, i Grateful Dead erano diventati molto più grandi della scena locale che li aveva generati. "Touch of Grey" portò nuova attenzione mainstream, il pubblico negli stadi crebbe e la cultura Deadhead divenne un fenomeno nazionale. Jerry Garcia, già centrale nell’identità musicale del gruppo, portava un peso simbolico che nessun individuo avrebbe potuto sostenere comodamente. McNally non ha bisogno di romanticizzare quella pressione per mostrare quanto potesse diventare dannosa. I problemi di salute e di droga di Garcia si fecero sempre più seri mentre la macchina intorno alla band continuava a muoversi. La sua morte nel 1995 chiude quindi un arco completo 1965–1995 dei Grateful Dead come organizzazione specifica, anche se i musicisti, l’archivio e la cultura del pubblico continuarono in seguito. Il finale è importante perché impedisce al libro di trattare Garcia soltanto come il centro carismatico di una macchina da tournée senza fine; il sistema aveva limiti umani anche quando il suo slancio culturale sembrava poter continuare indefinitamente.

Cosa offre al lettore la posizione interna di McNally

McNally fu scelto come storico ufficiale della band nel 1980 e in seguito assunse compiti di pubbliche relazioni, ottenendo decenni di accesso ai musicisti, alla crew e all’organizzazione che li circondava. Questa vicinanza produce un dettaglio interno straordinario e gli permette di muoversi naturalmente fra relazioni personali, sviluppo musicale e storia istituzionale. Crea però anche il normale caveat della biografia autorizzata. L’accesso può generare comprensione e lealtà contemporaneamente, e uno scrittore immerso per anni in una comunità può porre domande diverse da quelle di un osservatore esterno che esamini le stesse prove. Questo non diminuisce A Long Strange Trip; definisce il tipo di autorevolezza che offre. Il libro funziona meglio come storia interna profondamente informata, da bilanciare poi con le memorie di Phil Lesh o Bill Kreutzmann e con prospettive indipendenti quando il lettore vuole verificare come partecipanti diversi ricordino gli stessi eventi.

Cosa fa particolarmente bene

La scala è la virtù centrale. I Grateful Dead hanno bisogno di spazio per roots music, Acid Tests, songwriting, improvvisazione, sistemi audio, business, tragedia e cultura dei fan, e McNally permette a questi argomenti di interagire invece di separarli in compartimenti ordinati. Anche il pubblico viene preso sul serio. I Deadhead non sono trattati semplicemente come consumatori esterni alla storia della band, perché la cultura delle registrazioni, dei viaggi e dell’ascolto collettivo contribuì a plasmare ciò che i Grateful Dead divennero. La formazione accademica di McNally nella storia americana gli offre un ulteriore vantaggio: può collocare la band dentro sviluppi culturali più ampi senza ridurre la musica a semplice sintomo sociologico. Il risultato resta una storia rock, ma consapevole del fatto che l’importanza dei Dead non può essere misurata soltanto con classifiche o vendite degli album in studio.

Limiti

La lunghezza è l’ostacolo più evidente. Un neofita che voglia soltanto capire se valga la pena esplorare i Grateful Dead può annegare nei dettagli prima di raggiungere il periodo che spiega davvero la reputazione della band. L’accesso autorizzato rende inoltre utile un controcampo, soprattutto quando entrano in gioco lealtà, conflitti interni o la mitologia propria dell’organizzazione. Infine, il nucleo narrativo termina con la morte di Garcia, lasciando fuori dalla storia principale l’enorme vita post-1995 fatta di tournée legate ai Dead, pubblicazioni d’archivio e cultura dei fan. Nessuno di questi limiti rende il libro meno prezioso. Ne definiscono lo scopo: questa è la grande storia interna dei Grateful Dead come organizzazione vivente dalla formazione al 1995, non una breve introduzione né una storia completa di tutto ciò che i Dead sono diventati dopo Garcia.

Chi dovrebbe leggerlo?

Leggetelo quando avrete superato il punto del “mi piacciono alcune canzoni dei Grateful Dead” e comincerete a chiedervi perché i fan parlino di singoli anni, tournée e concerti come se fossero sistemi meteorologici dotati di un clima proprio. Il libro spiega perché la band non possa essere compresa soltanto attraverso gli album in studio e perché cultura del pubblico, ingegneria del suono e storia organizzativa appartengano alla stessa vicenda della chitarra di Garcia. Per il primo periodo psichedelico, in particolare, abbinatelo a Tom Wolfe e Charles Perry. Quegli autori offrono l’ambiente dei Pranksters e del quartiere da angolazioni diverse, mentre McNally mostra cosa accadde quando una band portò con sé parti di quella cultura per altri tre decenni.

Trova una copia

L’hardcover del 2002 e il paperback del 2003 sono punti di riferimento comuni. Le attuali schede digitali possono mostrare date di pubblicazione successive senza che questo significhi l’esistenza di un testo riscritto.

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