Un racconto compatto di come il prog sia diventato gigantesco, ridicolo agli occhi dei suoi detrattori e impossibile da uccidere
The Show That Never Ends di David Weigel prende sul serio una delle battute preferite della storia del rock. Per una parte degli anni Settanta il rock progressivo raggiunse dimensioni commerciali enormi: Yes, Emerson Lake & Palmer, Jethro Tull, Genesis e gruppi affini vendevano album e riempivano grandi sale con musica costruita su forme estese, arrangiamenti complessi e tecnologia costosa. Poi cambiò il clima critico e il prog divenne sinonimo di eccesso, pretenziosità e di tutto ciò che, secondo la narrazione più pigra, il punk sarebbe arrivato a distruggere. Weigel torna su questa storia con simpatia ma senza devozione cieca, seguendo l’ascesa del genere, le sue ambizioni, il contraccolpo e la persistenza delle idee progressive molto dopo che erano già stati scritti i necrologi. Con una lunghezza che, a seconda dell’edizione, si aggira intorno alla metà delle trecento pagine, è più compatto di molte altre ampie storie presenti nella Reading Room, e questa economia ne definisce tanto il fascino quanto i limiti.
I protagonisti principali
King Crimson, Yes ed Emerson Lake & Palmer occupano posizioni particolarmente importanti nel racconto di Weigel, una scelta che riflette i modi molto diversi in cui resero il rock progressivo culturalmente visibile. Il debutto dei King Crimson del 1969 produsse uno degli shock fondativi del genere; gli Yes trasformarono una scrittura complessa e di ampio respiro in un linguaggio luminoso e commercialmente vincente; gli ELP spinsero virtuosismo, tecnologia e dimensione scenica fino al punto in cui gli ammiratori vedevano grandiosità e i critici autoparodia. Attorno a loro, Weigel inserisce Moody Blues, Jethro Tull, Pink Floyd, Kansas, Rush, Genesis e altri, risalendo anche alle influenze precedenti e seguendo in avanti gli artisti che portarono idee progressive nei decenni successivi. Il titolo, preso dagli ELP, è volutamente appropriato: lo “show” del prog è stato dichiarato finito più volte, ma ogni generazione sembra produrre musicisti e pubblico pronti a riaprirlo.
Molto più di “il punk ha ucciso il prog”
Il cliché sostiene che il punk sia arrivato con tre accordi e una spilla da balia e che i dinosauri siano crollati, ma il racconto di Weigel è molto più utile perché mostra quanta instabilità esistesse già all’interno del picco commerciale del rock progressivo. Tour costosi, cambi di formazione, album difficili, aspettative del pubblico in mutamento e la distanza crescente fra sperimentazione underground e professionalità da arena avevano già trasformato la scena prima che il punk diventasse un linguaggio potente con cui attaccarla. Alcuni musicisti progressive si adattarono, altri si spostarono verso il pop, alcuni gruppi si sciolsero e altri tornarono in seguito davanti a un pubblico che in realtà non era mai scomparso. Dischi un tempo trattati come imbarazzanti furono infine rivalutati da musicisti e critici più giovani. Weigel è particolarmente efficace nel dimostrare che anche la reputazione di un genere possiede una propria storia: giornalisti, etichette, fan e artisti successivi riscrivono continuamente ciò che viene considerato ambizioso, eccessivo, alla moda o degno di riscoperta.
Il vantaggio del giornalista
Weigel è un reporter di mestiere e il libro beneficia di un istinto narrativo che mantiene le persone in movimento dentro la storia invece di trasformare il genere in un trattato teorico di autodifesa. Interviste a musicisti, figure dell’industria e fan danno alla vicenda personalità e punti di svolta che un nuovo lettore può seguire senza conoscere già ogni ramo del rock progressivo. Altrettanto importante, Weigel non si vergogna del piacere. Alcune storie del prog sono talmente impegnate a respingere le vecchie accuse di pretenziosità che la musica stessa scompare sotto l’argomentazione. Qui l’assurdità può essere riconosciuta senza concludere che l’ambizione fosse un errore. Questo tono rende il libro una porta d’ingresso particolarmente efficace, perché il lettore non deve scegliere fra venerazione e scherno prima ancora di entrare nella storia.
Cosa fa bene
Il ritmo è il grande pregio del libro. Il rock progressivo può già intimidire i nuovi arrivati con composizioni lunghe, complicate storie di formazione e un catalogo vastissimo, quindi una narrazione leggibile ha un valore reale; un libro non deve riprodurre la durata di Tales from Topographic Oceans per dimostrare di prendere il genere sul serio. Weigel è anche molto bravo nell’inquadramento, usando in modo produttivo l’instabilità della parola “prog” invece di forzare ogni artista dentro una formula rigida. Soprattutto, spiega la storia del contraccolpo critico stesso. Un nuovo ascoltatore può legittimamente chiedersi come una musica capace di vendere milioni di dischi sia diventata per decenni una barzelletta della critica, e The Show That Never Ends trasforma quella inversione in parte della storia culturale invece di trattare lo scherno come un verdetto autoevidente sulla musica.
Cosa lascia fuori
La compattezza restringe inevitabilmente la mappa. Le recensioni hanno osservato che gruppi come Gentle Giant e Camel ricevono molto meno spazio rispetto ai protagonisti centrali, mentre chi concepisce il prog a partire da Canterbury, dal symphonic rock italiano, da Rock in Opposition o dalle scene europee più oscure troverà la copertura selettiva. Anche il “rise and fall” del sottotitolo impone una forma drammatica che il libro stesso in parte smentisce, perché la musica progressiva non è semplicemente crollata e scomparsa: si è dispersa, trasformata ed è tornata sotto nomi differenti e attraverso scene diverse. Per questo, i collezionisti in cerca di profondità discografica esaustiva dovrebbero considerare Weigel una porta d’ingresso piuttosto che una bibbia di riferimento. Il libro funziona meglio quando la sua efficienza narrativa spinge il lettore verso storie più ampie o più specialistiche.
Chi dovrebbe leggerlo?
È una delle scelte migliori per il curioso che vuole una storia invece di un catalogo. Se la domanda è perché il prog sia diventato così grande, perché in seguito i critici lo abbiano trattato come simbolo degli eccessi del rock e perché decenni dopo la sua presunta morte continui a essere ascoltato, Weigel offre un percorso chiaro e vivace attraverso il dibattito. I lettori già profondamente immersi nel genere troveranno Mike Barnes più ampio sui gruppi britannici e Hegarty e Halliwell più analitici su ciò che la musica progressiva divenne dopo il suo presunto collasso. The Show That Never Ends si colloca bene fra questi approcci: abbastanza vasto da spiegare l’arco culturale, abbastanza compatto da non seppellire il nuovo lettore sotto ogni ramo dell’albero genealogico.
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