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Copertina di Riders on the Storm: My Life with Jim Morrison and the Doors — John Densmore
Copertina tramite Open Library · ISBN 9780385304474
La sala di lettura · Libro 029

Riders on the Storm: My Life with Jim Morrison and the Doors

John Densmore

Il memoir dei Doors meno interessato a fingere che il viaggio fosse innocuo

Prima pubblicazione1990
EditoreDelacorte Press
Edizione selezionataISBN 9780385304474
The Doors / MemoirThe DoorsJohn DensmoreJim Morrison

Il memoir dei Doors meno interessato a fingere che il viaggio fosse innocuo

Riders on the Storm di John Densmore uscì nel 1990, prima che il film di Oliver Stone trasformasse la mitologia dei Doors in un’altra ondata di cultura di massa, e questa tempistica conferisce al memoir un peso particolare. Densmore stava già affrontando pubblicamente l’eredità di Jim Morrison, la straordinaria ascesa della band e il comportamento distruttivo che ne accompagnò gli ultimi anni prima che una nuova versione hollywoodiana diventasse dominante. Come batterista, visse i Doors dall’interno della musica invece che ai margini del palco, eppure il libro non è una celebrazione nostalgica di quattro anni magici. Affetto, stupore e orgoglio convivono con rabbia, paura e disagio morale. Questa miscela emotiva ne fa uno dei contrappesi più forti sia al culto di Morrison sia al racconto più romantico di Ray Manzarek, perché Densmore non ha bisogno che il cantante diventi santo o mostro per riconoscerne l’importanza.

Il retroterra jazz di Densmore spiega perché la band potesse respirare intorno a Morrison

Il retroterra musicale di Densmore comprendeva il jazz, e quell’influenza contava in un gruppo la cui sezione ritmica era strutturalmente insolita. I Doors non utilizzavano un bassista permanente nella configurazione live classica; Manzarek poteva fornire linee di basso alla tastiera, mentre nelle registrazioni in studio comparivano bassisti di sessione. Questo lasciava spazio negli arrangiamenti affinché Densmore reagisse al fraseggio di Morrison, alla chitarra di Krieger e alle tastiere di Manzarek con una fluidità particolare. Il memoir diventa particolarmente prezioso ogni volta che ritorna su questi rapporti musicali, perché incrina la familiare narrazione della celebrità. I Doors non ebbero successo soltanto perché Morrison sembrava pericoloso o scriveva testi evocativi. Gli altri musicisti costruirono intorno a lui un’architettura flessibile, e la batteria di Densmore contribuì a rendere le canzoni tese senza irrigidirle. La sua prospettiva restituisce quindi il lavoro pratico dell’ensemble a una storia raccontata troppo spesso come il dramma psicologico di un solo uomo.

Ammirazione e allarme possono coesistere senza annullarsi

Densmore ammirava il talento di Morrison e divenne sempre più turbato dal suo comportamento, soprattutto quando l’alcol contribuì a una maggiore imprevedibilità. Le performance potevano diventare difficili, la provocazione che un tempo sembrava elettrizzante poteva trasformarsi in qualcosa di estenuante o spaventoso e il resto della band doveva convivere con conseguenze che andavano ben oltre l’immagine pubblica del cantante. Questa tensione conferisce al memoir gran parte della sua credibilità. La mitologia rock tratta spesso il comportamento distruttivo come prova di autenticità, soprattutto quando il protagonista muore abbastanza giovane perché ogni eccesso possa essere romanticizzato retroattivamente. Densmore rifiuta questo patto. Può riconoscere la forza artistica di Morrison descrivendo nello stesso tempo situazioni in cui il comportamento danneggiò le persone intorno a lui. Queste verità non devono essere riconciliate in un unico verdetto, e il memoir è più forte quando permette loro di restare compagne scomode.

La fama trasformò la band più rapidamente di quanto i musicisti riuscissero ad adattarsi

L’ascesa dei Doors fu estremamente rapida. Il debutto uscì nel 1967, "Light My Fire" divenne un enorme successo e nel giro di pochi mesi il gruppo passò dai club all’attenzione nazionale. Quell’accelerazione amplificò ogni problema interno perché Morrison divenne rapidamente uno spettacolo pubblico al quale manager, giornalisti, promoter, polizia e pubblico reagivano ancora prima che la band suonasse una nota. Densmore scrive dalla posizione pratica di qualcuno il cui lavoro restava suonare la batteria mentre l’evento intorno a quella batteria diventava sempre più difficile da controllare. Questo punto di vista è una delle grandi forze del memoir. Le storie concentrate sulla poesia di Morrison possono far apparire lo scontro astrattamente artistico; Densmore deve pensare se un concerto potrà svolgersi, cosa la band possa suonare intorno a un frontman imprevedibile e come le azioni di un membro incidano sulla capacità di lavorare di quattro persone.

Miami trasformò una tensione privata in una crisi collettiva

Il concerto di Miami del marzo 1969 divenne un punto di rottura per i Doors. La performance di Morrison portò ad accuse penali e cancellazioni, danneggiando la capacità della band di andare in tournée e intensificando una reputazione pubblica già diretta verso lo scandalo. La prospettiva di Densmore è essenziale perché le conseguenze non ricaddero soltanto su Morrison. Per gli altri musicisti, la sua imprevedibilità aveva costi economici, creativi ed emotivi, rendendo molto più difficile sostenere dall’interno dell’organizzazione l’idea romantica del frontman indomabile. L’episodio dimostra anche perché i memoir dei diversi membri restino preziosi quando si contraddicono. La certezza di Manzarek su Miami nasce da una posizione emotiva; il ricordo di Densmore da un’altra. RetroForge non deve forzare queste prospettive dentro un unico racconto liscio. Il disaccordo rivela quanto diversamente i partecipanti possano vivere la stessa crisi.

*L.A. Woman* complica qualsiasi racconto ordinato di declino artistico

Uno degli elementi più strani della storia dei Doors è che L.A. Woman, pubblicato nel 1971, contiene alcune delle musiche più durature della band benché le condizioni personali di Morrison fossero diventate sempre più preoccupanti. Il carattere più essenziale e orientato al blues dell’album e l’atmosfera intorno a brani come "Riders on the Storm" creano un capitolo finale che resiste a una semplice narrazione di declino. L’instabilità personale non impediva automaticamente un grande lavoro, e un grande lavoro non significava che i problemi personali fossero scomparsi. Morrison andò poi a Parigi e morì nel luglio 1971. Il memoir di Densmore non trasforma quella morte in una santificazione istantanea, ed è importante. Il lutto può convivere con rabbia, sollievo, ammirazione e conflitto irrisolto. La maturità emotiva del libro sta in parte nel permettere a queste reazioni di restare mescolate invece di costringere la tragedia a cancellare tutto ciò che l’aveva preceduta.

Densmore e Manzarek mostrano due modi diversi di sopravvivere alla stessa storia

Leggendo Riders on the Storm accanto a Light My Fire emergono due strategie emotive distinte. Manzarek protegge spesso una separazione fra il brillante Jim che amava e il distruttivo "Jimbo" associato all’alcol, preservando una versione fondamentale dell’amico non contaminata dai comportamenti peggiori. Densmore è generalmente meno incline a mantenere quella distinzione. Può ammirare Morrison e ritenerlo comunque responsabile di azioni che danneggiarono la band. Nessuno dei due memoir deve vincere automaticamente, perché la memoria è personale, selettiva e plasmata da ciò di cui ciascun sopravvissuto aveva bisogno per dare un senso al passato. Per RetroForge, il disaccordo è esattamente il motivo per cui i libri vanno collegati fra loro. La storia di una band diventa più ricca quando resoconti diretti in conflitto restano visibili invece di essere appiattiti in un consenso sintetico che nessuno dei partecipanti condivideva realmente.

Il memoir precede le successive battaglie di Densmore sull’eredità dei Doors

La successiva storia pubblica di Densmore aggiunge un altro livello al libro per i lettori moderni. Nei decenni successivi a Riders on the Storm, divenne noto per essersi opposto ad alcuni utilizzi commerciali della musica dei Doors e per controversie legali relative al nome e all’eredità della band. Queste battaglie non sono il tema principale di un memoir pubblicato nel 1990, ma fanno apparire alcuni temi del libro sorprendentemente coerenti. Densmore torna ripetutamente sulla questione della responsabilità dentro una band: cosa deve un membro agli altri, cosa fa il successo ai valori collettivi e se l’arte possa essere separata completamente dal comportamento che la circonda. Le dispute successive sulla commercializzazione estendono quelle preoccupazioni in un altro ambito. Il memoir acquista quindi una coerenza retrospettiva senza bisogno di essere riscritto per includere eventi avvenuti più tardi.

Cosa fa particolarmente bene

L’onestà emotiva è la qualità decisiva del libro. Densmore non ha bisogno di trasformare Morrison né in un genio sacro né in un mostro ammonitore, e riporta continuamente la storia dallo spettacolo della celebrità all’esperienza vissuta di essere il batterista di una band di quattro persone. Il materiale editoriale contemporaneo sottolineava il memoir come il primo racconto interno dei Doors scritto da un membro del gruppo, conferendogli importanza storica prima della successiva esplosione di memorie dei partecipanti e documentari. L’edizione originale Delacorte comprende inoltre una sostanziosa sezione fotografica. Più importante ancora, il testo offre una prospettiva morale spesso assente nei memoir rock: il successo non annulla il danno che le persone si infliggono a vicenda, e l’ammirazione artistica non richiede di fingere che il comportamento distruttivo fosse affascinante.

Limiti

Resta un memoir, e l’interpretazione morale ed emotiva di Densmore plasma la storia con la stessa forza con cui il romanticismo di Manzarek plasma la sua. Il libro fu pubblicato nel 1990 e precede quindi decenni di attività archivistica dei Doors, controversie legali, documentari e memorie successive, compresa l’autobiografia più tarda di Robby Krieger. I lettori devono quindi resistere alla tentazione di scegliere Densmore come memoria ufficiale soltanto perché il suo racconto appare più scettico. Anche lo scetticismo è una prospettiva. L’uso migliore di Riders on the Storm è comparativo: metterlo accanto a Manzarek, Hopkins e Sugerman, lasciando che le differenze rivelino dove memoria, mitologia e storia documentata si sovrappongono o divergono.

Chi dovrebbe leggerlo?

I fan dei Doors che vogliono il costo umano dietro la mitologia dovrebbero iniziare da qui o leggerlo subito dopo No One Here Gets Out Alive. L’esperienza vissuta di Densmore incrina alcune delle versioni più grandiose della leggenda di Morrison senza negare il talento che rese possibile la leggenda. I musicisti possono apprezzare il libro per un altro motivo: riporta ripetutamente il dramma della celebrità al problema pratico di quattro persone che fanno musica insieme dipendendo le une dalle altre sul piano emotivo ed economico. Questo cambio di prospettiva rende il memoir prezioso anche oltre il pubblico già ossessionato dai Doors.

Trova una copia

L’edizione originale Delacorte uscì nel 1990 con circa 319 pagine più tavole fotografiche. Numerose edizioni paperback seguirono nel 1991.

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